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Venezia, 4 Luglio 2018

Il presidente di Confindustria Venezia Rovigo Vincenzo Marinese commenta il decreto-legge “dignità”

“Il primo atto collegiale del nuovo Esecutivo, il decreto-legge “dignità” approvato ieri, può essere definito a tutti gli effetti un decreto “anti-dignità” - afferma il presidente di Confindustria Venezia Rovigo Vincenzo Marinese -. È un segnale negativo che avrà certamente forti ricadute sulle attività delle imprese e sulla possibilità di essere, attraverso la creazione di lavoro, quel motore dello sviluppo necessario al nostro Paese.

 
Flessibilità e precarietà non sono le due facce della stessa medaglia, anzi. Con l’obiettivo lodevole di lottare contro il precariato, il decreto rischia di colpire invece la flessibilità, la possibilità per imprese e lavoratori di fare fronte agilmente a diverse evenienze tutelando contestualmente le parti, grazie alla sottoscrizione di contratti regolari che riconoscono diritti e doveri.
 
In una fase di leggera ripresa, il decreto rischia di stoppare un mercato del lavoro che inizia finalmente a dare riscontri positivi e di rendere l’orizzonte futuro ancora più incerto e imprevedibile. Compito del governo è agevolare e incentivare i processi di sviluppo, accompagnando i cambiamenti in atto con nuove regole e strumenti, non di apportare continue modifiche, e per di più anacronistiche, il cui esito è di limitare le opportunità di creare lavoro e farne ricadere sulle imprese il prezzo.
 
Se in questo Paese si ritiene che l’imprenditore sia la persona che ricerca nei suoi guadagni la precarietà, si parte da un presupposto completamente sbagliato. Gli imprenditori non licenziano per il gusto di licenziare, ma sono costretti a rispondere alle esigenze di mercato. Se non si crede che l’impresa sia il centro e il motore dello sviluppo del Paese e non si crede che gli imprenditori siano persone oneste, che lavorano nell’esclusivo interesse dell’impresa, è meglio dirlo in maniera chiara, senza tatticismi, in modo tale che in un libero mercato ognuno possa prendere le proprie scelte.  La stabilità di un paese è direttamente proporzionale alla capacità del paese stesso di valorizzare l’impresa, unica entità che genera PIL.”