20 03/20

Comunicati stampa / Marzo 2020

Decreto legge “Cura Italia”, il disappunto degli industriali: “Inutile partecipare agli incontri se non si è ascoltati”

Venezia, 20 marzo 2020 – Dal welfare, al credito, al fisco, la manovra varata martedì scorso denota la totale assenza di una linea strategica e di un piano di politica economica per il Paese. Il decreto legge “Cura Italia” suscita il disappunto degli industriali. Non affronta le problematiche che tutto il mondo produttivo ha evidenziato, ponendo gli imprenditori in una condizione psicologica di totale incertezza. Secondo il Presidente di Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo Vincenzo Marinese – così come è stato ribadito da Nord a Sud da tutto il Sistema – il testo di legge varato martedì scorso non prende in considerazione neanche una delle proposte dell’Associazione. Non agisce nell’interesse del Paese, poiché non punta a dare serenità al mondo dell’impresa e del lavoro. “Una manovra esclusivamente politica, che mira al consenso e non alla concretezza – commenta Marinese –. Denota, infatti, la completa assenza di un piano per l’economia che salvaguardi l’industria e i suoi dipendenti, in un momento estremamente critico, in cui il 52% degli italiani teme di perdere il lavoro o di vivere ripercussioni negative al termine dell’emergenza. Per questi motivi – aggiunge – sarebbe necessario adottare una visione strategica, che punti alla salvaguardia delle aziende, eviti di indebolirle oltremodo e diventi il pilastro per una ripartenza forte, incisiva e determinata”.

Nel merito, Confindustria Venezia evidenzia le seguenti criticità:

Cassa integrazione. Il decreto prevede la Cig ordinaria per nove settimane, con causale Covid-19. L’accesso deve essere snello e richiedere la sola comunicazione da parte delle imprese, senza l’attivazione di procedure e tempistiche che possono creare loro disagi. Per quanto riguarda le risorse messe a disposizione, 1 miliardo 300 milioni di euro, sono totalmente insufficienti e possono servire per non oltre 350 mila lavoratori. Il decreto, nei fatti, apre allo scenario del “click day” per accedere alla copertura.

Credito. Sul fronte della liquidità, l’industria chiede con forza l’aumento del Fondo di garanzia dal 90 al 100 per cento per le PMI, inoltre la somma stanziata di 500 milioni è del tutto insufficiente per le aziende. Per quanto riguarda le moratorie di mutui, leasing e finanziamenti devono essere introdotti automatismi di immediata applicazione, affinché l’impresa possa gestire al meglio il proprio fabbisogno finanziario.

Fisco. È inaccettabile che le aziende sopra ai 2 milioni di fatturato, ovvero quelle che generano ricchezza nel Paese, abbiano avuto una proroga di soli 4 giorni per pagare imposte, rateizzazioni, Iva, rottamazioni e contributi previdenziali. Queste somme devono essere dilazionate con un periodo di preammortamento, almeno fino alla fine dell’emergenza, e restituite in almeno 5 anni.
Del tutto surreale appare che, in un decreto chiamato “Cura Italia”, si prolunghino di 2 anni i termini per gli accertamenti fiscali, accrescendo il senso di incertezza. Al contrario, sarebbe stato più utile dare attuazione alla pace fiscale più volte evocata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Nel testo di legge, inoltre, non vi è traccia di alcune proroghe fondamentali per la sopravvivenza delle attività produttive, in particolare il decreto per le Crisi d’impresa che entrerà in vigore a luglio (praticamente domani) e il disposto fiscale dell’ultima finanziaria per le attività labour intensive.
Analogamente, non compare alcun accenno alla sospensione degli adempimenti no plastic e no sugar. “Se in un normale processo di razionalizzazione le aziende avrebbero potuto riconvertirsi, nel contesto attuale che vede le imprese combattere come se fossero in guerra, sarebbe del tutto utopistico – argomenta Marinese –. In un decreto che si propone di curare il Paese, ci saremmo aspettati questa sensibilità a costo zero”.

Altre misure. Non è giustificabile trovare risorse per finanziare misure assistenzialiste e di scarsa efficacia, come l’indennità di 600 euro per i liberi professionisti ed il reddito di cittadinanza, rinnovato per 2 mesi con la sospensione delle condizioni previste per riceverlo.
Lo stanziamento di ulteriori 500 milioni a favore di Alitalia, che ad oggi è costata ben 10 miliardi senza alcuna strategia commerciale e industriale, appare una forzatura e suscita l’indignazione di tanti cittadini. Sembra quasi che, attraverso decreti come il “Cura Italia”, si intendano pagare i debiti del passato, così come è accaduto con il “Salva Roma”.
Gli imprenditori, infine, suggeriscono di rivedere le somme stanziate nell’ultima finanziaria, come i fondi per l’Industria 4.0. Durante l’anno in corso, infatti, le priorità per le aziende non saranno gli investimenti, bensì la sopravvivenza.