10 07/20

Covid-19, situazione e prospettive delle imprese: liquidità la principale preoccupazione delle aziende venete

La crisi di liquidità è la principale preoccupazione delle imprese venete che si stanno misurando con gli effetti della pandemia del Coronavirus. La Fondazione Nordest ha analizzato in chiave veneta le ultime rilevazioni Istat sull’economia, evidenziando situazione e prospettive delle attività produttive a seguito di Covid-19.

Per soddisfare il bisogno di liquidità, il 43,5% degli intervistati ha fatto, o farà, ricorso all’accensione di nuovo debito bancario. Altri hanno modificato le condizioni e i termini di pagamento con i clienti (11,5%) e i fornitori (24,5%). In particolare, le imprese che hanno fatto richiesta di accesso alle misure di sostegno del credito previste dai decreti legge del Governo, sono il 36%. Di queste, il 9,9% ha incontrato difficoltà nella produzione della documentazione necessaria, il 12,1% nella fase istruttoria, mentre il 18,5% ha evidenziato tempi di risposta delle banche troppo lenti. Soltanto il 17% non ha incontrato difficoltà. Per il 52,7% degli interpellati l’esito della richiesta non è ancora noto, il 41,3% ha visto la propria domanda accolta del tutto e il 5,6% solo in parte.

Il fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 si è più che dimezzato, rispetto allo stesso periodo del 2019, per il 41,5% delle aziende, si è ridotto meno della metà per il 27,9% e solo per il 10,2% non ha subito variazioni. Il 12,6% degli interpellati non ha conseguito fatturato.

D’altra parte, il 33,6% delle imprese venete interpellate si è arrestato, a causa del lockdown, fino al 4 maggio scorso. Il 9,2% ha ripreso in seguito alla richiesta di deroga e l’11,9% a seguito di ulteriori provvedimenti normativi che hanno consentito la riapertura. Nel 29,1% dei casi, invece, l’attività non si è mai interrotta.
A partire dal 4 maggio ha ricominciato a lavorare il 45% degli intervistati, il 53,3% lo farà entro la fine dell’anno, mentre l’1,4% non prevede di riaprire nel 2020.

Considerevole l’impiego della cassa integrazione (il 60,1% delle imprese), mentre il 46,4% ha fatto ricorso a ferie obbligatorie o ad altre misure temporanee per la riduzione dei costi. Il 29,3% ha ridotto le ore di lavoro o i turni personale e il 22% ha introdotto modalità di smart working.

Le maggiori preoccupazioni riguardano i rischi operativi e di sostenibilità dell’attività, la riduzione della domanda – sia locale che nazionale – di prodotti e servizi, l’aumento dei prezzi di materie prime e semilavorati, la flessione della domanda dall’estero, l’impossibilità di partecipare ad eventi e fiere internazionali.

L’indagine ha, infine, studiato le strategie di risposta all’emergenza messe in campo dalle imprese, che sono state diverse. Alcuni hanno avviato la produzione di nuovi beni e l’offerta di nuovi servizi connessi (4,7%) o non connessi (9,8%) con l’emergenza sanitaria. Il 14,6% ha modificato o ampliato i canali di vendita o i metodi di fornitura e consegna, il 18,9% ha riorganizzato spazi e processi, il 14,5% ha differito o annullato i piani di investimento.


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